giovedì 09 febbraio 2012

Prima pagina: L’altalena del respiro

6 maggio 2010 by redazione · Commenta 

Diamo oggi il via a una nuova rubrica, Prima pagina, nella quale vi proporremo all’occasione l’inizio di alcuni dei libri più attesi o che per qualche motivo ci hanno fatto venire voglia di discuterne.
Il libro con il quale cominciamo è un testo di cui avevamo già parlato qui, L’altalena del respiro di Herta Müller, che, per l’appunto, esce oggi in libreria.

<<Tutto quel che ho lo porto con me.
Oppure:  tutto quel che è mio me lo porto appresso.
L’ho portato tutto, quello che avevo. Cose mie non erano. Cose nate con un’altra funzione, o appartenenti a qualcun altro. La valigia di pelle di maiale era la custodia di un grammofono. Lo spolverino era di mio padre. Il cappotto da città con il colletto di velluto era del nonno. I calzoni alla zuava, quelli di mio zio Edwin. I gambali di cuoio erano del vicino, il signor Carp. I guanti di lana verde, quelli di mia zia Fini. Solo la sciarpa di seta bordeaux e il nécessaire erano miei, regali degli ultimi Natali.
C’era ancora la guerra, nel gennaio del 1945. Nel terrore che in pieno inverno dovessi andarmene chissà dove dai russi, ciascuno volle darmi qualcosa che potesse essermi utile, quando ormai non c’è più niente che serve. Visto che nulla al mondo poteva servire. Visto che stavo sulle liste dei russi, irrevocabilmente, e ognuno mi dava qualcosa e aveva la sua idea nella testa. Io lo prendevo e a diciassette anni pensavo che questo andarmene stesse arrivando al momento giusto. Non doveva essere per forza la lista dei russi, ma bastava che non finisse troppo male che per me era persino un bene. Volevo andarmene via da quella cittadina angusta come un ditale, dove tutti i sassi hanno occhi. Anziché paura avevo quell’impazienza nascosta. E una cattiva coscienza, perchè la lista che faceva disperare i miei era una situazione accettabile per me. Avevano paura che mi succedesse qualcosa, in terra straniera. Io volevo andare in un posto che non mi conoscesse.
Qualcosa mi era già successo. Qualcosa di proibito. Era strano, sporco, svergognato e bello. Era successo nel parco degli ontani, giù in fondo, dietro la collina dall’erba rasa. Tornando a casa ero passato in mezzo al parco, nel padiglione rotondo dove nelle giornate di festa suonavano le orchestre. Mi ero fermato là un po’ a sedere. La luce penetrava attraverso il legno finemente intagliato. Vedevo la paura dei cerchi vuoti, dei quadrati e dei trapezi, uniti da bianchi tralci con gli artigli. Era il motivo del mio smarrimento, il motivo del terrore sul viso di mia madre. In quel padiglione, l’ho giurato: non verrò più in questo parco.
Quanto più cercavo di impedirmelo, tanto più in fretta ci tornai – due giorni dopo. Per un rendez-vous, così si diceva nel parco.
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