Prima pagina: Per l’alto mare aperto
E’ disponibile da oggi l’ultima fatica di Eugenio Scalfari, Per l’alto mare aperto, di cui avevamo parlato qui. In questo libro l’autore si prefigge di rivisitare l’età moderna attraversandone le fasi, dall’Illuminismo al Romanticismo, dalle avanguardie al nichilismo, dalla razionalità al regno degli istinti. Eccovene un primo assaggio.
<<Avevo viaggiato un bel po’ prima di trovarlo. A Parigi, in vari indirizzi perché non era persona da star fermo in un posto troppo a lungo. Ero anche andato nella sua casa natale, a Langres, ma lì non c’era nulla che parlasse veramente di lui. Provai anche nella magione (non saprei chiamarla diversamente) del barone d’Holbach, che l’aveva ospitato più volte insieme agli amici che gli erano più cari e con i quali s’intrecciavano discussioni che duravano giorni (e notti) innaffiati di buon vino della Loira e di buon companatico.
Discutevano di tutto. Del bello. Del giusto. Dell’amore. Della scienza. Della ragione. Dell’etica. Di donne. Discutevano anche di Dio, in modi in verità molto spigliati.
Comunque non lo trovai neanche lì. Di d’Holbach poi, nei dintorni di quella casa che ai loro tempi chiamavano <<il castello>>, nessuno si ricordava più.
Allora mi decisi ad andare dove ero certo sarebbe stato. Lo sapevo, lo sapevo, l’aveva scritto lui stesso: <<Ogni mattina, che faccia brutto o che faccia bello, mi siedo su una panchina e guardo le ragazze che adescano i clienti sotto i portici, li portano in certi alberghetti. Le guardo e intanto seguo i miei pensieri che vanno e vengono nella mente come quelle ragazze laggiù, sotto i portici del palazzo…>>
Cito a memoria quel brano di un suo dialogo, “Le neveu de Rameau”; l’ho letto tante volte e tante volte l’ho citato quando faceva al caso mio.
Perciò affittai una carrozza e mi feci portare al Palais, scesi ai cancelli e proseguii a piedi.
Era lì, come avevo previsto. Mi fermai a guardarlo da lontano, non volevo che se ne andasse per non essere infastidito. Ci voleva prudenza, non accade tutti i giorni di fare quel genere di incontri.
Era vestito di scuro con una camicia bianca aperta e rovesciata sul bavero della giacca, la fronte larga e quel profilo contro vento, come lo si vede nel ritratto che gli aveva fatto Fragonard: un uomo nel pieno vigore delle forze, al colmo della sua vita di pensatore, scrittore, editore, giornalista e uomo politico.
Sì, Denis Diderot era stato anche un uomo politico, naturalmente a modo suo. Capo riconosciuto di un partito, il “parti des philosophes” come lo chiamavano nei salotti e nelle corti di Francia e d’Europa. Il creatore dell’opinione pubblica, formatasi sui giornali e sui libri di quella schiera sorprendente di talenti che aveva ingaggiato una battaglia campale contro l’Ancien Régime in tutte le sue reazionarie manifestazioni, aprendo il passo alla modernità, alla libertà di coscienza, di stampa, di religione, auspicando l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la divisione dei poteri, e poi i diritti dell’uomo e la fine di tutti gli assolutismi. Anzi la fine dell’<<assoluto>> come mito e come concetto.>>