giovedì 20 giugno 2013

Prima Pagina: Dell’amore e del dolore delle donne

28 settembre 2010 by redazione · Commenta 

Il nuovo libro di Umberto Veronesi raccoglie le grandi battaglie etiche e scientifiche che lo hanno visto mettersi alla prova, giorno per giorno, nel nome dell’amore, della forza di volontà, della gioia, dell’amicizia e del dolore. Le voci delle donne raccolte in quest’opera raccontano storie di guerre, pregiudizi, malattie e paure, dogmi religiosi, ipocrisie e disinformazione, ma parlano anche della loro voglia di non rinunciare a difendere ciò che amano e in cui credono.
Qui sotto, l’incipit.

<<Già da bambino, intuivo che quel singolarissimo sorriso rappresentava per ogni donna una trana, piccolissima vittoria. S’, un’effimera rivincita sulle speranze deluse, sulla grossolanità degli uomini, sulla rarità, in questo mondo, di cose belle e vere. Se allora avessi saputo dirlo, avrei chiamato quel modo di sorridere femminilità>>. E’ l’incipit di un bellissimo libro di Andreï Makine, Il testamento francese, e potrebbe essere per molti uomini la descrizione di uno dei ricordi più intensi che ciascuno si porta dentro: un sorriso di donna. Per me, quello di mia madre.
Si chiamava Erminia Verganti. L’ho citata in molti libri, eppure è una delle rare volte che rendo pubblico il suo nome. Finora è stata solo mia madre, come se la sua identità fosse unicamente riassumibile nel ruolo di genitore, come se esistesse unicamente in quanto mamma.
Forse è così solo per me , per via della mia storia, magari invece vale per tutti i figli maschi: la donna che ci ha messo al mondo è un essere senza passato, una creatura asessuata, impermeabile agli eventi e al tempo. Ci convinciamo che sia indifferente alle passioni, immune alle paure e ai tormenti, persino quando la vediamo perdere poco a poco il contatto con il mondo, e la sua luce si fa fioca. Persino quando invecchia e muore.
Mia madre ha vissuto lottando a denti stretti per donare a me e ai miei fratelli ogni cosa. Eccetto il suo dolore, che ha tenuto per sé.

Ricordo mia madre serena e bellissima occuparsi di noi. Vivevamo in una cascina alla periferia di Milano, e in campagna durante l’inverno era molto freddo. Di giorno stavamo tutti in una grande stanza a pianterreno, lì c’era la <<cucina economica>> a legna che funzionava insieme da stufa e fornello, la sera salivamo una scala che portava alle stanze, due camere in tutto: una in cui dormivamo noi fratelli, un’altra per i nostri genitori. Il momento di andare a dormire era uno dei più belli della giornata, e l’avremmo prolungato all’infinito: mamma Erminia si fermava nella nostra stanza e passava sulle lenzuola lo scaldino, una sorta di piccola pentola in rame con un lungo manico e i bordi bucherellati chiusa da un coperchio, in cui, sotto la cenere, si nascondeva la brace ancora accesa. Mia madre lo spostava da un letto all’altro e noi bambini scivolavamo lesti in quello appena scaldato, cercando con i piedi quel bel tepore che si annidava in mezzo alle coperte gelate. Poi restavamo fermissimi, rannicchiati, per non disperdere nemmeno un soffio di calore. Qualche volta, per scaldarci di più, la mamma infilava nei nostri letti il prevost, una specie di gabbia di legno con un cuore caldo: dentro c’era un contenitore in terracotta pieno di brace. Si chiamava così forse per poter dire: <<Vado a letto con il prete!>>, senza che fosse una bestemmia. Spesso il freddo era così forte da ghiacciare l’acqua nei bicchieri, ma lo stesso, ogni sera, lei aveva la cura di versarcene uno nuovo e di lasciarlo sul tavolino. Poi si chinava su ogni letto e distribuiva lenta la sua buonanotte, e solo allora cedevamo al sonno, confortati dal calore del prevost e dai suoi baci.

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