lunedì 20 maggio 2013

Prima Pagina: Il malinteso

5 ottobre 2010 by redazione · Commenta 

E’ disponibile da oggi Il malinteso, il primo romanzo che scrisse Irène Némirowsky, non ancora ventitreenne, e in esso la giovanissima autrice sfoggia già lo sguardo attento e penetrante che caratterizzerà la sua intera produzione.
Qui sotto, il suo incipit.

Yves dormiva sodo, come un ragazzino. Aveva cacciato la testa nell’incavo del gomito, ritrovando d’istinto, insieme al sonno profondo e fiducioso dell’infanzia, i gesti e finanche il sorriso innocente e serio dei bambini; sognava una spiaggia piatta, inondata di sole, il sole del tramonto sul mare, il sole tra le tamerici.
Eppure erano passati più di quattordici anni dall’ultima volta che era stato a Hendaye, e il giorno prima, essendo arrivato a tarda sera, era riuscito a vedere ben poco di quel delizioso angolo della regione basca: un abisso pieno di ombre e di rumori – il mare -, qualche luce laddove l’oscurità era più fitta, in mezzo a quello che doveva essere un boschetto di tamerici, e poi altre luci a ridosso della costa – il casinò -, lungo la quale un tempo si dondolavano solitarie le barche dei pescatori. Ma il ricordo di quel paradiso assolato della sua infanzia si era conservato intatto, e in sogno lo rievocava identico, fin nei minimi dettagli, compreso il caratteristico odore dell’aria.
da bambino Yves aveva trascorso a Hendaye le sue vacanze più belle. Aveva assaporato giornate piene e dorate, simili a frutti perfetti maturati sotto  un sole che ai suoi occhi stupiti di fanciullo appariva nuovo, come ai primordi del mondo. Da allora l’universo sembrava aver perduto poco a poco la freschezza dei suoi colori, e lo stesso vecchio sole si era sbiadito. Ma a volte, in sogno, il giovane, che aveva conservato un’immaginazione fervida e vivace, riusciva a restituire loro il primitivo splendore; e quella specie di incanto si prolungava anche dopo il risveglio, infondendogli una dolce nostalgia.
Quella mattina Yves si destò di soprassalto alle otto in punto, come quando era a Parigi. Aprì gli occhi e fece per saltare giù dal letto; ma dallo spiraglio delle persiane vide filtrare un raggio sottile, come una freccia d’oro, accompagnato dal leggero ronzio delle belle giornate estive in campagna, al quale si mescolavano le grida dei tennisti nei giardini circostanti e quel particolare rumore, così allegro – scampanellate, passi, accenti stranieri -, che fa subito capire di essere in albergo, in una grande casa piena di sfaccendati.
Allora Yves tornò a sdraiarsi, sorrise, si stiracchiò, assaporando come un lusso ritrovato la deliziosa pigrizia di ogni suo gesto. Poi cercò il campanello che pendeva tra le sbarre di ottone del letto e suonò. Di lì a poco un cameriere entrò con il vassoio della colazione, aprì le persiane, e un fiotto di luce invase la camera
.”

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