martedì 18 giugno 2013

The Town

17 febbraio 2011 by redazione · Commenta 

Siamo per le strade di Boston, quartiere di Charlestown. Qui la malavita è l’unica fonte di sopravvivenza, l’unico destino possibile.
Siamo, cioè, in The Town, seconda prova per Ben Affleck dietro la macchina da presa e di nuovo ispirato da un romanzo, Il principe dei ladri di Hogan Chuck. Già nel 2007 l’attore americano aveva convinto ampiamente critica e pubblico con Gone Baby Gone, trasposizione sul grande schermo del libro omonimo di Dennis Lehane.
È in quella città del Massachusetts, in quel quartiere, in quel tipo di destino che incontriamo Doug (Ben Affleck, regista e protagonista del film): di padre criminale, fin dai tempi della scuola è la testa pensante di una banda di ladri. Ricorda il James Cagney del gangsterismo hollywoodiano ai tempi del proibizionismo, perché certi personaggi ce l’hanno cucito addosso il loro destino: piccoli cesari sempre in cerca del prossimo caveau da ripulire. Senza lasciare traccia.
Ma l’ultimo colpo di Doug&C. delle tracce le lascia eccome, nel cuore e nella mente del protagonista. Doug s’innamora della direttrice della banca appena svaligiata. Vuole vederla ancora, quella ragazza, incontrarla, conoscerla. Lei non sa nulla né sospetta alcunché della vera identità di Doug. Intanto, però, a sorvegliare l’intrigo amoroso ci pensa l’FBI.
Definito come un noir-urbano, The Town è davvero il cuore-di-una-città, di Boston, ma non solo. Una città che non fa solo da palcoscenico o da architettura di genere, ma che è essa stessa azione nel/del film. Scene di inseguimenti mozzafiato, dialoghi serrati, gesti essenziali, realismo acuminato. Passione. Dolore. Non sfugge niente allo sguardo del regista, che in occasione della presentazione del film a Venezia 67 dichiarò che ad ispirarlo c’era stato anche Gomorra di Matteo Garrone: «un’opera di grande tensione, che riesce a catapultare lo spettatore in un contesto violento anche se non ci sei mai stato. Lo stile di Garrone mi ha molto influenzato, soprattutto per la sua capacità di essere vero».
L’occhio di Affleck disvela con una cura lucida e affinata la complessità dei rapporti umani, senza cedere ad alcuna forma di compiacimento. Anzi, si percepisce un’intensa, penetrante volontà di comprendere il mondo criminale, la sua irriducibilità. Doug a un certo punto vorrebbe cambiare: vita, identità. Ma «cambiare non è facile per nessuno» continua l’attore-regista in quell’intervista «ed è questo il punto che mi premeva affrontare nel mio film».
Un film notevole, robusto, coinvolgente, romantico quanto basta. Da vedere.

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