Benvenuti al sud
Come sarebbe bello fare il grande salto: dalla bassa Brianza a Milano, direttore di un ufficio postale. La scalata in graduatoria è scivolosa, Alberto lo sa bene. Capita che il posto venga assegnato di diritto a un collega disabile. Alberto ci riprova. Deve farlo. Lo ha promesso alla moglie, che sembra volerlo più di lui. Ma questa volta vuole giocare alla pari: si finge invalido. Beccato, viene spedito per punizione a Castellabate, un piccolo paese in provincia di Salerno, Parco Nazionale del Cilento. Mica male, lì per lì. Invece: giubbino antiproiettile, trancio di gorgonzola, crema solare protezione +50, guardaroba estivo, niente fede al dito, ché se no giù ti uccidono pur di rubartela.
Ecco tratteggiato in poche righe Alberto, protagonista di Benvenuti al Sud del regista napoletano Luca Miniero. Alberto è lo stereotipo del nordista doc, cresciuto a pane, gorgonzola e pregiudizi: Sud uguale terùn, mafie e spazzatura (e non solo in senso letterale). Appena arrivato nel suo nuovo ufficio, Alberto si vede catapultato in un altro pianeta. In che lingua parlano questi terroni? Non sarebbe il caso di blindare la porta dell’ufficio? non si sa mai… E poi, che diavolo è il sanguinaccio? Ha un aspetto orribile… Non è che farà schifo?
La cordialità, la disponibilità, l’allegria e la generosità dei colleghi lo convinceranno a cambiare idea, tanto che il postino Mattia, suo nuovo amico, meridionale purosangue, poco prima che riparta gli dirà: «Quando un forestiero viene al Sud piange due volte: quando arriva e quando parte».
Fedele remake del francese Bienvenue chez le Ch’tis (Giù al Nord in italiano) del regista Dany Boon, questa commedia degli equivoci e sullo sgretolamento dei luoghi comuni italiani e all’italiana è stata campione d’incassi sul grande schermo. Non accadeva da tempo, per una produzione italiana, ed è un bene che sia accaduto proprio con un film così, in cui si ride e si scherza ma in fondo, in controluce, si racconta la speranza di una comprensione possibile tra Nord e Sud, molto meno improbabile di quel che si crede o si vuol far credere.
Sceneggiato da Massimo Gaudioso (Gomorra), il film è dedicato alla memoria di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica (SA), assassinato il 5 settembre del 2010 in un agguato camorristico.
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