martedì 19 febbraio 2019

Viva l’Italia

16 Marzo 2011 by · Commenta 

«Niente da fare, nonostante tutto “Viva l’Italia” imbarazzava. Dire o anche solo pensare questa semplice frase poteva essere spiazzante. Rimandava nel migliore dei casi a un Risorgimento polveroso, studiato in fretta in vista dell’esame di maturità e altrettanto frettolosamente archiviato. O magari alla parata del 2 giugno, o alla fanfara dei bersaglieri. A nulla di troppo contemporaneo, insomma».

È Francesco De Gregori. Scrive della sua canzone e del valore sociale e civile di “Viva l’Italia”, anno 1979, spunto per il titolo dell’ultimo libro di Aldo Cazzullo, Viva l’Italia!. Qui il tono è esclamativo, ammirativo. E la dice lunga sulle intenzioni del giornalista del Corriere, che sottotitola: Risorgimento e Resistenza: perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra nazione. È un invito ragionato e appassionato a sentirsi una nazione. Perché l’Italia è una cosa seria. Belpaese, Nord punto-a-capo Sud, quel-posto-dove-tutto-sommato-non-si-sta-così-male sono semplificazioni facilone, comode e limitanti, comunque disgreganti e ingrate. Viva l’Unità d’Italia, ci dice Cazzullo. Perché già prima del Risorgimento e della Resistenza lo siamo stati, uniti. Per esempio lo eravamo con e nei versi di Dante, Petrarca, i dipinti di Piero della Francesca e Tiziano, il Rinascimento tutto. L’unificazione è molto più antica dei suoi centocinquant’anni anagrafici e, secondo l’autore, sotto sotto gli italiani sono molto più patrioti di quanto vogliano dare ad intendere o di quanto, loro stessi, pensino.
La complessità di questo processo storico, tortuoso e spesso contraddittorio, ce la restituisce Nel nome dell’Italia. Il Risorgimento nelle testimonianze, nei documenti, nelle immagini, a cura di Alberto Mario Banti. Mentre un compendio di 150 anni in centocinquanta date significative è La patria, bene o male, di Carlo Fruttero e Massimo Gramellini. Giornate significative poiché, scrivono gli autori nella prefazione, «Il nostro intento era di offrire un’infarinatura di storia d’Italia a tutti coloro che ne hanno perso memoria o non l’hanno mai avuta».
Rimembranze unitarie percorrono invece e per intero il libro Cuore, celebre romanzo di Edmondo de Amicis, pubblicato nel 1886, intriso dei valori e delle virtù liberati dall’unificazione: patriottismo, rispetto per le istituzioni e per i genitori, disciplina, spirito di sacrificio e di sopportazione, eroismo, carità, pietà. Dedicato esplicitamente ai ragazzi, si rivolge sottotraccia agli adulti postrisorgimentali. Il tentativo di unificare il Paese in senso linguistico e letterario, dunque culturale e morale, replica lo spirito manzoniano dei Promessi Sposi e fa breccia nell’opinione pubblica dell’epoca e oltre, diventando un classico, uno di quei libri fondamentali – insieme a Pinocchio, verrebbe da pensare –, uno di quelli che non si può non aver letto.
Il riscatto dai labirinti del dimenticatoio e dalle segrete dell’oblio lo hanno avuto, finalmente, le protagoniste di Donne del Risorgimento, in uscita oggi per Il Mulino. Raccoglie i ritratti di quattordici figure femminili fino a ieri catalogate come compagne, spie, cortigiane degli ufficiali e degli eroi che ‘hanno fatto la storia’. Invece, senza (quel)le donne, la storia probabilmente sarebbe stata diversa, se sarebbe stata. La più nota è Anita Garibaldi, ma si racconta anche di Rosalia Montmasson, l’unica presenza femminile fra le mille camice rosse; Enrichetta di Lorenzo, fidanzata di Carlo Pisacane; Antonietta De Pace, protagonista nei moti del ’48, e ancora tante altre. Questo libro, scritto da giornaliste e scrittrici capitanate da Dacia Maraini, non è meramente un omaggio in rosa all’Unità d’Italia, ma un atto dovuto, ancorché parziale, verso tutto ciò che non è stato raccontato nei libri di storia, nelle aule di scuola, negli incontri e nelle commemorazioni ufficiali, nei talk show di prima (o seconda) serata.
Al contempo, gli eroi patrii sono attualmente oggetto di velati o forzati revisionismi e di bruschi scollamenti dai piedistalli della storia. Più di tutte, appare controversa la figura di Garibaldi, come ci racconta e documenta Nicola Fano in Garibaldi. L’illusione italiana. Siamo sicuri che fermarsi alle porte di Roma, alla fine del 1860, sia stata la scelta giusta? E mettere l’Italia nelle mani del re? E se invece la rivoluzione italiana fosse stata compiuta fino in fondo? Che fine ha fatto il sogno del nostro eroe nazionale, quello di un Paese che sia molto più della somma delle sue parti? Secondo Fano l’amore-odio nei confronti di Garibaldi, la sua vita, le sue imprese, le sue rinunce, rivelano spontaneamente le disarmonie del popolo italiano, la sua identità mutilata, un’illusione unitaria lunga centocinquant’anni.
Forse però siamo ancora in tempo. I giovani lo sono, per esempio. A spronarli a meditare e ad agire è il talentuoso Alessandro Mari, trentun’anni, autore di Troppo umana speranza, un poderoso romanzo ambientato nella prima metà dell’Ottocento “sullo sfondo di un’Italia che non è ancora una nazione” e in cui “quattro giovani si muovono alla ricerca di un mondo migliore”. Mari, in un recente articolo su la Stampa, scrive ancora di Risorgimento e della visione di futuro che ha saputo incarnare: «Laggiù siamo nati e da laggiù muove l’istinto di affermare che chiunque, se il presente stritola, può esigerlo diverso. Per questo fraternizziamo coi libici e gli egiziani, e per questo va rifiutato il distacco che fa del Risorgimento un momento di sbadiglio scolastico. Tuffandoci nei nostri anni di fondazione vedremo chi eravamo, forse capiremo chi siamo, senz’altro sentiremo più ineluttabile la domanda: l’Italia di oggi va verso il sogno che noi figli abbiamo affidato ai nostri padri contemporanei, e i nostri figli a noi?».
Mentre ci pensiamo, Mari continua, illuminandoci la via: «Il compleanno dell’Italia unita è l’occasione per recuperare il senso primigenio del Risorgimento e farsi cassa di risonanza di quel sentimento vivificante della gioventù che precede ogni declinazione politica; invece di rassegnarsi, si può alzare la testa come germogli e contrastare la pena che si prova dinanzi a un fusto morente. I giovani del Risorgimento lo fecero». E noi?

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