sabato 24 agosto 2019

L’ultimo inverno

25 Marzo 2011 by · Commenta 

Pubblicato negli Stati Uniti nel 2009 da una piccola casa editrice indipendente, dopo essere rimasto chiuso nel cassetto per tre anni, durante i quali l’autore collezionava solo rifiuti da tutti gli agenti e gli editori a cui si era rivolto, il romanzo d’esordio di Paul Harding, L’ultimo inverno, scala le classifiche dei bestseller fino a vincere, lasciando tutti “a bocca aperta”, il premio Pulitzer 2010. “Non mi sento migliore o peggiore di altri autori che cercano a fatica di vedere pubblicati i propri lavori. È un ambiente duro. Ricevere il Pulitzer per me è stato un onore immenso, i sentimenti che provo sono di gratitudine e di umiltà. Stento ancora a crederci”. Queste le sue parole, rilasciate in una recente intervista, nella quale ha anticipato che sta finendo il suo prossimo romanzo, che, senza essere un sequel, riprenderà alcuni personaggi ed elementi del primo libro…
Addentriamoci allora nella storia di Tinkers, questo il titolo originale: tinker, termine usato specialmente in passato, sta per “calderaio ambulante”, “artigiano”, “costruttore”. Simbolo del mondo incantato e misterioso dei venditori ambulanti, dei loro carretti sempre carichi di oggetti semplici, ingegnosi, meccanici, che essi sapevano riparare grazie a un’arte tramandata da un tempo molto lontano… E proprio il tempo, “il modo in cui sperimentiamo la nostra umanità”, gioca il ruolo principale, apparendo come quell’essenza inafferrabile che fa muovere i protagonisti, tutti maschili, di questo romanzo. È un’America spirituale e naturalistica, l’America di ieri e di oggi quella de L’ultimo inverno, un romanzo che parla dell’amore tra un padre e un figlio. Un figlio, George, che, in punto di morte, evoca le memorie della propria famiglia, della propria vita, ripercorrendo i ricordi di un padre, Howard, dal quale ha ereditato la passione per gli ingranaggi, gli orologi e le piccole cose da aggiustare. Un uomo silenzioso, sognante, poetico, ma anche misterioso, perché malato di una malattia incurabile: l’epilessia. Ha preso vita da qui il libro Paul Harding, che parte da pochi fatti conosciuti dai racconti del nonno materno, vissuto nel Maine e abbandonato da piccolo dal padre dopo che quest’ultimo aveva scoperto il piano della moglie di volerlo internare in un ospedale a causa della sua malattia, proprio l’epilessia. Harding utilizza così i ricordi e si immedesima nelle varie situazioni per entrare nella testa dei personaggi, fino a far raggiungere loro una certa autonomia.
Fantasia e realtà si mescolano per creare una storia romantica e commovente nella sua drammaticità: una malattia che fa impazzire e si impossessa di tutto il corpo che diventa incontrollabile, tanto da rivelarsi quasi in sintonia con quella natura imprevedibile e spesso impetuosa in cui il venditore ambulante vive immerso: un eccesso di energia lo colpisce così come il fulmine colpisce il bosco e lo lascia stordito e sanguinante dopo angosciosi minuti trascorsi sul pavimento a scalciare, rovesciare le lampade, sbattere la testa sulle assi, mentre i denti mordono un bastoncino… Oppure le dita del figlio, di George adolescente che in seguito, per anni, non ha più saputo se odiare o amare quel padre folle, che alla fine riesce a incontrare e solamente ad amare.
A completare l’interessantissima personalità di Paul Harding, la passione per la musica – Harding è stato batterista in un gruppo rock con cui ha registrato due album e girato l’Europa in tour – passione che si intreccia, con curiosissime somiglianze, con l’arte della scrittura: “Credo di essere migliore come scrittore che come batterista, ma il processo creativo è simile in entrambi i casi: nel primo seguivo l’ispirazione dettata, beh, dal cosmo con le bacchette della batteria, nel secondo, invece, con la tastiera del computer. Come per la musica ho orecchio per la scrittura, ho seguito un ritmo non lineare. Lo trovo lirico, incantatore. Ogni passaggio, ogni frase è scandita da uno specifico numero di tempi, pause, battute, suona secondo una certa nota, per restare in tema. Qualsiasi cosa scriva, all’inizio sembra musica improvvisata”.

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