giovedì 25 aprile 2019

Libri da leggere: Diogo Mainardi – La caduta

6 Agosto 2014 by · Commenta 

diogo_mainardiDiogo Mainardi è un giornalista, uno scrittore, una celebre voce della radio e della televisione brasiliana, e – più di tutto – è un esperto di cadute. Le cadute costituiscono da anni la sua vita, evitarle è diventato il suo mestiere a tempo pieno, risollevarsi “ridendo a crepapelle” e ripartire dopo averle affrontate è l’attività che, da anni, riempie ogni momento della sua esistenza dandole senso e sostanza, profondità e prospettiva, aprendo finestre altrimenti destinate a restare chiuse e inaugurando strade che rischiavano di restare inesplorate. Perché, dopotutto, «saper cadere ha molto più valore che saper camminare».
La vita di questo scrittore veneto-brasiliano pieno di sensibilità, acutezza e ironia, insomma, è un’ininterrotta catena di passi e di ruzzoloni, una catena complicata e meravigliosa che parte da un crollo e che porta lontano, passo dopo passo. Ed è proprio questo viaggio complesso e inaspettato, pieno di coincidenze e di rimandi a luoghi e tempi lontani, il centro dell’ultimo libro di Mainardi, recentemente pubblicato da Einaudi e intitolato – potrebbe essere altrimenti? – proprio La caduta.
Il tirocinio di Mainardi come esperto mondiale di capitomboli, la sua formazione come “uomo che cade”, ha avuto inizio un giorno di settembre del 2000, all’ospedale di Venezia, edificio progettato nel 1498 dall’architetto Pietro Lombardo e sede, prima di essere trasformato in un ospedale pubblico, della Scuola Grande di San Marco. In questa struttura meravigliosa e decadente, bella di una bellezza tanto perfetta quanto capace di nascondere tragedie, Mainardi ha assistito impotente alla caduta che ha cambiato per sempre la sua vita: il crollo dei battiti cardiaci di suo figlio Tito, che quel giorno di settembre stava venendo alla luce e che, per colpa di un grossolano errore medico, ha rischiato di asfissiare nel ventre di sua madre, riportando un danno neurologico permanente che va sotto il nome di “paralisi cerebrale”.

9788806219833Quella “caduta primigenia”, che ha portato con sé tutte le successive, ha trasformato per sempre la vita di Tito, di suo padre e di tutta la sua famiglia, ed è proprio questa rivoluzione totale e definitiva, questo cambiamento radicale di esperienze, di sensazioni, di punto di vista, quello che l’autore prova a raccontare in questo libro che trabocca di spunti, immagini e storie.
Il sottotitolo del libro recita I ricordi di un padre in 424 passi, ma Mainardi ha la straordinaria capacità di riuscire sempre a tenere insieme, in queste pagine, la dimensione personale e quella collettiva, senza fermarsi alla “piccola storia” della sua famiglia ma allargando continuamente lo sguardo. Così la storia di Tito entra in relazione con un orizzonte sconfinato che chiama in causa il mostro di Frankenstein e Neil Young, Giacomo Leopardi e Le Corbusier, Claude Monet e Adolf Hitler, Ezra Pound e Marcel Proust, e molte altre persone e storie oltre a queste. Nella storia di Tito e della sua famiglia, nella storia di questa vita trascorsa a imparare a camminare e a scivolare, affrontando l’esistenza “contando i passi” che il proprio figlio riesce a mettere uno avanti all’altro prima di cadere, c’è spazio per tutto questo, e per molto di più. Perché, come Mainardi spiega con commovente semplicità, citando le parole di Francesca Martinez (attrice comica, anche lei affetta da paralisi cerebrale), «il grande segreto dell’invalidità è che tutti quelli che ci convivono sanno che una persona invalida non è altro che una persona che amano», e la storia di Tito è proprio la storia di questo amore sconfinato che non nasce “nonostante” la disabilità ma che piuttosto cresce “insieme” ad essa, inevitabilmente, mano a mano che il suo protagonista cresce, cambia, impara a camminare, e inevitabilmente a cadere, e poi sempre a rialzarsi.

TitoMainardiIn queste pagine Mainardi non vuole tessere un elogio della malattia come chiave per capire davvero l’esistenza, né raccontare la storia edificante di una famiglia capace di sopportare il dolore ingiusto di un figlio disabile accogliendolo comunque con amore e dedizione: in questi 424 paragrafi che raccontano la storia di Tito – e, insieme a quella, infinite altre storie – Mainardi racconta la storia di un uomo, e di una famiglia, trasformati per sempre dall’incontro con la disabilità, che non è né un vanto né una condanna ma solo un dato di fatto capace di stravolgere ogni punto di vista, di plasmare ogni equilibrio in modi nuovi e imprevedibili e di creare percorsi mai nemmeno immaginati, ma non per questo disprezzabili, inutili o degradanti. Questa storia semplice e straordinaria, piena di spunti e di collegamenti e traboccante di un amore che è tanto evidente e semplice da non diventare mai stucchevole, è il racconto di come la disabilità possa irrompere in una vita e cambiarla per sempre, sfidando chi la incontra a non farsi bloccare da lei ma piuttosto a imparare a guardare al mondo da quel nuovo, imprevedibile punto di vista. Scoprendo che, anche da lì, si può arrivare a vedere decisamente lontano.
Nel fare questo, Mainardi mette in luce una realtà che è evidente e rivoluzionaria al tempo stesso: la malattia non è qualcosa che sta al di fuori dell’esistenza, la malattia ne fa parte tanto quanto la salute. Sani o malati che siano, tutti cadono, e tutti devono farsi carico del rischio del crollo, della vicinanza del dolore e del fallimento, della necessità di raccogliere le forze e ripartire, per poi cadere di nuovo. Sani o malati che si sia, «ciò che ci unisce – che ci unirà sempre – è la caduta.»

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Adesso lo so che cos’ha Tito.

Il catastrofico parto, secondo i neurologi che lo hanno esaminato negli ultimi anni, gli ha danneggiato il talamo. Il talamo fa parte del sistema extrapiramidale. Il danno è infinitesimale, tanto che nessuna macchina è stata in grado fino a oggi di individuarlo. Ma è grave quanto basta a pregiudicare tutti i suoi movimenti.

Tito cammina male, afferra male, parla male.

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La neurologa dell’ospedale di Padova, dopo aver esaminato Tito, lo indirizzò a una neurofisiatra dell’ospedale di Venezia.

Nelle settimane successive, la neurofisiatra lo sottopose a una serie di test.

Quando i test furono conclusi, sentii per la prima volta – con angoscia e terrore – il termine che, da quel momento in poi, avrebbe dominato la mia vita.

Tito aveva la paralisi cerebrale.

L’angoscia durò una settimana.

Poi passò.

Il motivo per cui l’angoscia passò in appena una settimana fu una caduta.

Tenevo Tito in braccio. Stavo leggendo il giornale sul divano in salotto. Mia moglie, attraversando velocemente la stanza, inciampò sul bordo del tappeto e fece un capitombolo davanti a noi. Vedendo il capitombolo, Tito si sbellicò dalle risate. Simulammo altri capitomboli. Tito si sbellicò, si sbellicò e si sbellicò. Noi ci sbellicammo insieme a lui.

La paralisi cerebrale di Tito divenne immediatamente più familiare. La comicità slapstick era un linguaggio che capivamo tutti.

Tito cade. Mia moglie cade. Io cado.

Ciò che ci unisce – che ci unirà sempre – è la caduta.

Diogo Mainardi, La caduta. I ricordi di un padre in 424 passi, Einaudi, 2013, 154 pagine.

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