domenica 24 giugno 2018

Alabarde alabarde

28 agosto 2014 by · Commenta 

9788807018831«Quella sera stessa, dopo cena, si sedette nella sua poltrona favorita, aprì l’espoir e si addentrò nella guerra civile di spagna. […] artur paz semedo se la godeva come un re. In capo a una settimana di disciplinata e attentissima lettura, quando ormai si stava avvicinando all’epilogo del libro, poche parole, all’improvviso, vennero a scuotergli l’anima, lo spirito, il corpo, insomma, tutto quanto in lui fosse suscettibile di essere scosso. Ecco il brevissimo passaggio responsabile dell’accaduto: “Il commissario della nuova compagnia si alzò in piedi: ‘Agli operai fucilati a Milano per aver sabotato gli obici, hurrà’”. Undici parole semplici, correnti, una sola riga di testo, niente di più chiaro, non poteva esserci la minima confusione.»

Negli ultimi anni della sua vita, dopo un’esistenza costellata di successi letterari e coronata dalla vittoria, nel 1998, del premio Nobel, José Saramago cominciò a lavorare a un nuovo romanzo. Troviamo traccia di questo ultimo, straordinario progetto in uno dei diari dell’autore portoghese che, nonostante i suoi quasi novant’anni, nell’estate del 2009 scriveva: «È possibile, chissà, che magari io scriva un altro libro». La morte, purtroppo, ha impedito a Saramago di portare a termine il suo proposito, ma Feltrinelli pubblica oggi – con il titolo Alabarde alabarde e con un’intensa postfazione di Roberto Saviano – le prime pagine di questo romanzo destinato a restare incompiuto, ma in cui la voce del grande scrittore si sente ugualmente forte e chiara, così come la sua straordinaria intelligenza di uomo e di narratore.
Alla base di questo romanzo c’è un interrogativo su cui Saramago dichiara di aver riflettuto per molti anni: perché non si è mai verificato, nel Novecento, uno sciopero in una fabbrica di armi? Com’è possibile che gli uomini che hanno materialmente costruito l’enorme arsenale che è stato utilizzato nel corso delle guerre che hanno insanguinato l’Europa e il mondo non abbiano mai provato a ribellarsi, non si siano mai sollevati per impedire il verificarsi di quello scempio? La violenza è davvero l’unico orizzonte a cui l’essere umano può rivolgersi? Non esistono alternative possibili?
A partire da queste domande si sviluppa la storia di Arturo Paz Semedo, uomo qualunque, impiegato in una fabbrica d’armi storica e da sempre appassionato di film e reperti bellici che un giorno, leggendo un vecchio libro di André Malraux, percepisce per la prima volta l’orrore della guerra e della distruzione. Il protagonista si trova, inaspettatamente, di fronte a qualcosa di nuovo e imprevisto, che lo turba profondamente e lo mette di fronte a una responsabilità che mai avrebbe pensato di sentire. L’uomo, spinto da questa suggestione, decide quindi di indagare nel passato della ditta per cui lavora, nel tentativo di scoprire come si comportarono i suoi dirigenti durante la guerra civile spagnola: armarono i fascisti? Provarono a fermarli, o si misero al loro servizio, certi di stare solo facendo il proprio lavoro?
La ricerca di Arturo Paz Semedo è senza fine, perché il romanzo di Saramago è tristemente incompiuto, ma nella racconto della presa di coscienza di quest’uomo “normale” che si trova a fare i conti con una responsabilità inaspettata si trova quello che è probabilmente il vero testamento narrativo del grande autore di Azinhaga. Il suo ultimo tentativo di trasfigurare le grandi domande sull’umanità attraverso le forme della letteratura, creando storie che pongono interrogativi forti e spalancano orizzonti vastissimi, che pretendono di essere affrontati e scandagliati con lucidità, evitando di ricorrere a soluzioni facili e sterilmente autoconsolatorie.

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