domenica 15 dicembre 2019

Libri da leggere: Adriano Sofri – La notte che Pinelli

1 Aprile 2015 by · Commenta 

adriano-sofri-rocco-casalinoCi sono vicende della Storia italiana che, quando si prova ad affrontarle, appaiono chiuse come piccole ostriche coriacee. Sembra impossibile, per chi si avvicina a loro per la prima volta, riuscire a capirle una volta per tutte, arrivare a scalfire il muro di verità, contro-verità, misteri e menzogne che le circonda per riuscire infine a mettere in chiaro “com’è che è andata”, e questa difficoltà rischia di essere la migliore alleata di un oblio tanto semplificatorio quanto pericoloso e ingiusto.
Una di queste storie impossibili da decifrare è senz’altro quella che della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, che costò la vita a 17 persone e i cui responsabili sono tuttora sconosciuti. Nelle pieghe di quella storia, però, se ne innesta anche un’altra, altrettanto oscura e altrettanto bruciante, che Adriano Sofri prova a raccontare nel suo racconto-saggio La notte che Pinelli (Sellerio): quella del ferroviere anarchico Pino Pinelli, che venne fermato e portato in Questura subito dopo la strage, per essere interrogato, e che lì morì tre giorni dopo, quando ormai i termini per la custodia cautelare erano ormai scaduti da tempo e senza che gli fosse stata mossa alcuna accusa formale, precipitando dalla finestra di uno degli uffici del quarto piano dell’edificio.

9788838923715Sofri sceglie di raccontare questa storia, la storia dell’anarchico Pinelli e della sua assurda, ingiustificabile fine, rivolgendosi a una ragazza di vent’anni, una giovane donna nata vent’anni dopo gli eventi che costituiscono la colonna vertebrale del libro e che, di conseguenza, non solo non conosce i fatti raccontati, ma ignora anche il modo in cui, a quel tempo, si viveva, si pensava, si concepiva la vita pubblica e si costruiva il rapporto dei singoli cittadini con lo Stato.
Raccontando questa storia alla sua interlocutrice fittizia, Sofri ha la possibilità di tracciare un quadro straordinariamente preciso non solo di ciò che è accaduto alla questura di Milano nei giorni immediatamente successivi alla strage di Piazza Fontana, ma anche del clima che si respirava in Italia in quel momento, descrivendo lo sbigottimento generale di fronte alla più grave strage mai avvenuta (fino a quel momento) nel nostro paese in tempo di pace, la ricerca spasmodica di un colpevole da consegnare all’opinione pubblica, l’affrettato addossare la responsabilità di tutto ciò che era accaduto agli anarchici, ritenuti bombaroli “per definizione”, senza che ci fosse nessun indizio a indicare che la responsabilità dei fatti andasse cercata in quella direzione.

Descrivendo l’Italia dei tardi anni Sessanta, che nelle parole di Sofri sembra allo stesso tempo profondamente diversa ma anche straordinariamente simile a quella di oggi, questo libro riesce a far parlare tutti i personaggi che hanno avuto un ruolo nella tragica vicenda della morte di Pinelli. Mettendo insieme dichiarazioni, deposizioni rese ai processi, articoli di giornali dell’epoca, canzoni e interviste, Sofri riesce a tracciare un quadro precisissimo di ciò che è accaduto in quei giorni a Milano, mettendo in luce con scrupolosa cura tutte le menzogne, le contraddizioni, le false dichiarazioni che hanno permesso prima di accusare Pinelli di un crimine che non avrebbe mai potuto commettere, e poi di seppellire la verità a proposito della sua morte sotto un cumulo di calunnie, depistaggi e insinuazioni che, in queste pagine, vengono riportati con lucidità spietata e implacabile e che, accostati gli uni agli altri, finiscono per tracciare i contorni di un’incontrovertibile verità.

targa_giuseppe-pinelliAlla fine del racconto è lo stesso Sofri a confessare alla sua ipotetica lettrice di “non sapere” di preciso cosa è successo alla questura di Milano, la notte in cui Pinelli è morto: le parole che vennero pronunciate in quella stanza, la sequenza precisa degli eventi, le responsabilità individuali delle varie persone coinvolte sono ormai impossibili da ricostruire una volta per sempre.
Nonostante questo, però, il racconto di Sofri non riesce solo a mettere in luce in modo inequivocabile la palese innocenza di Pinelli (ormai riconosciuta ufficialmente da tutti) e la responsabilità collettiva di tutti coloro che erano presenti nella stanza nell’attimo della sua misteriosa caduta dalla finestra, ma anche a gettare uno squarcio di luce su una delle pagine più inquietanti della nostra storia recente. Una vicenda drammaticamente sospesa tra tragedia e farsa grottesca, misteriosa ma non per questo impossibile da raccontare, che allunga le sue ombre sui decenni seguenti della storia italiana, arrivando infine incredibilmente vicina a noi.

C’era una stanza al quarto piano della Questura di Milano, è di Luigi Calabresi, un giovane commissario dell’Ufficio Politico, ha solo 32 anni. C’è un interrogatorio, un ferroviere di 41 anni, Giuseppe Pinelli. Sono presenti altri quattro sottufficiali di polizia, e un tenente dei carabinieri. Fumano tutti. Sono lì da ore, è quasi mezzanotte. Al processo, il giudice chiederà a uno di loro, il verbalizzante, brigadiere Caracuta: «Avete fumato tutti durante l’interrogatorio?»
Caracuta: «Sì, lei capisce eccellenza… fumavamo tutti come turchi».
Perciò, nonostante sia una notte di mezzo dicembre – il 15, proprio – la finestra è socchiusa, per cambiare l’aria.
C’è anche un’ottava persona, il carabiniere Sarti, quasi sulla soglia:
Sarti: «Uscii dalla stanza per andare a prendere le sigarette che avevo lasciate dentro l’impermeabile… rientrai subito, accesi la sigaretta e poi…».
Poi vede una persona, uno dei fumatori, buttarsi nel vuoto.
Sarti: «Mi ero distratto un attimo, stavo appunto fumando la sigaretta, e a un certo punto ho sentito come qualcosa sbattere, un colpo secco. Allora mi girai di scatto e vidi proprio una persona buttarsi nel vuoto…»
Era Pinelli, il ferroviere. Appena prima un altro dei presenti, il brigadiere di P.S. Mainardi, gli aveva dato da fumare. L’ultima sigaretta.
Mainardi: «Io sono rimasto là, accesi una sigaretta; nella circostanza Pinelli mi chiese ‘mi dia una sigaretta’ e io gliel’ho accesa».
Pinelli fuma, dice qualcuno, e va alla finestra per scuotere la cenere.
Un cronista dell’Unità, Aldo Palumbo, sta uscendo dalla Sala stampa, si ferma un momento sui gradini che scendono in cortile ad accendersi una sigaretta, sente il rumore di qualcosa che sbatte, poi dei tonfi.
Di sotto, nel cortile della Questura, un agente semplice, la guardia Manchia, sostiene di vedere un uomo – un’ombra – che cade giù dal quarto piano, e più distintamente di lui – è mezzanotte, il cortile è buio – la brace di una sigaretta che lo accompagna per qualche metro, prima di spegnersi.
Secondo altri fermati, Pinelli aveva trascorso quei tre giorni facendo parole crociate, leggiucchiando quello che trovava – un libro giallo, un opuscolo su automobili – e soprattutto fumando. «Mi colpì il fatto che il pavimento davanti a lui fosse cosparso di cenere di sigarette». […]

Si fumava come matti, tutti, guardie e rivoluzionari, anarchici e monarchici. Nessuno avrebbe immaginato senza ridere un pacchetto di sigarette con su la scritta «Il fumo uccide».

Gli anni di piombo erano di là da venire. Questi erano anni di fumo.

La moglie del ferroviere si chiamava Licia. Avevano due bambine. Quel giorno avevano già preparato i regali per Natale. Le bambine portarono poi al cimitero il regalo per il padre e lo posarono sulla tomba: un pacchetto di sigarette.

Non so che cos’altro dirti, ragazza, per darti un’idea del trauma di quei tre giorni. Prima la strage, orrenda, inaudita. Poi l’anarchico, “suicida” confesso, dal quarto piano della Questura. Poi – subito dopo, a soppiantare e insieme completare la notizia – la cattura della belva Valpreda. Una voragine si era spalancata, e già si richiudeva.

Adriano Sofri, La notte che Pinelli, Sellerio, 2009, 284 pagine.

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