lunedì 23 ottobre 2017

Io e Mabel. Ovvero l’arte della falconeria

26 gennaio 2016 by · Commenta 

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Non ho mai dimenticato quegli astori silenziosi e caparbi, ma dopo essere diventata falconiera non avevo mai voluto avere a che fare con loro. Mi intimidivano. Erano legati alla morte e alla difficoltà: inquietanti psicopatici dagli occhi pallidi che vivevano e uccidevano nel folto dei boschi. I rapaci che piacevano a me erano falchi: uccelli pesanti come proiettili e dalle ali affilate, occhi scuri e una straordinaria agilità in volo. La loro energia aerea, la socievolezza, le picchiate mozzafiato da trecento metri di quota, il vento che gli risuonava come tela squarciata tra le ali.

Quello che il lettore si trova a vivere in Io e Mabel di Helen MacDonald, edito Einaudi, è un magnifico, profondo e stravolgente viaggio dentro se stesso attraverso un percorso di conoscenza con il proprio lato animale e impulsivo.
Perdere una persona cara è sempre un’esperienza devastante, paralizzante, alienante. Helen ha perso il padre, senza riuscire a comprendere in che modo e perché sia successo. Il mondo in cui tutto aveva un senso, in cui tutto era familiare e comprensibile, è scomparso per sempre. Single, con pochi amici e un lavoro che non le consente un impegno tale da occupare la mente e portarla lontana, Helen è sola e intrappolata nel dolore, aggrappata ai ricordi del padre, ora più vividi che mai.
Lentamente qualcosa in lei cambia, e un sogno ricorrente sembra indicarle una via d’uscita: sempre più spesso Helen sogna dei falchi, ma non dei falchi comuni, sogna degli astori. Fin da piccola Helen è sempre stata attratta da questa razza di rapaci, e in poco tempo è diventata una falconiera esperta. Ma addestrava falchi, non astori. Grandi, possenti, veloci, gli astori sono tra i predatori più feroci che esistano, molto diversi dai falchi mansueti e tranquilli a cui lei è abituata. Ora però qualcosa la spinge verso quei rapaci, sente un’attrazione crescente nei loro confronti, come un richiamo istintivo, capace di parlare alla sua natura più intima. Decide di assecondare questo richiamo e prende con sé un piccolo esemplare femmina di astore, che chiama Mabel. Poco a poco, l’intero mondo di Helen converge su questo giovane esemplare di astore e sui suoi occhi gialli e ipnotizzanti. Nel totale isolamento da colleghi e amici, nell’osservare e guidare l’animale a caccia, Helen riscopre il proprio istinto primordiale, costruisce un personale nido di silenzio e di ricordi che la aiuterà a immergersi totalmente nel dolore della perdita e, in questo modo, ad accettarla. E poco a poco, proprio questa crescente e quasi completa identificazione con il rapace nell’azione più animale e istintiva della caccia diventa paradossalmente il trampolino di lancio per una vera e autentica affermazione di se stessa, della sua individualità e della sua umanità. La ragazza sente il bisogno e il desiderio di tornare alla vita, a quella vita che si è lasciata alle spalle e che sentiva ormai estranea e lontana. Vi torna con fatica e timore, ma anche con nuova forza e nuova consapevolezza.
Un piccolo capolavoro, che si apre al lettore con discrezione e delicatezza per intrappolarlo e coinvolgerlo in una storia per nulla banale e che lascia una sensazione di intima serenità.

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