martedì 28 marzo 2017

Prima o poi ci abbracceremo

16 febbraio 2016 by · Commenta 

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La vita è così, ti innamori e nemmeno te ne accorgi. Mentre ti accorgi che i gruppi scolastici di Whatsapp non servono a un cazzo e che votare una volta ogni quattro anni non è per niente democratico. E noi poi non ci siamo più visti perché le cose che non servono si dimenticano. Come la tessera elettorale.
Non ci sono stati più chiarimenti davanti casa tua. Con tuo padre che ti chiamava e tua madre che lo chiamava perché se no la cena si raffreddava.
Conta poco se ami un altro, conta tanto se intanto non ami me.
Che la persona giusta non è quella che riempie i buchi, ma quella che li crea. Ciò che ti manca lo colmi solo con ciò che ti manca. Baciarti prima che tu rientrassi e impiegare venti minuti per scriverti che stavo per andare a dormire ed ero felice. Ti dicevo “amami” e pensavo ama quel che puoi. Mi dicevi “amami” e forse pensavi “amami finché puoi”.

Dopo il  grandissimo successo di Fuori piove dentro pure, passo a prenderti?, rivelazione del 2015, la giovane promessa della narrativa Antonio Dikele Distefano torna a parlare d’amore con Prima o poi ci abbracceremo (Mondadori). L’amore ai tempi del liceo, che sa essere tanto totalizzante e tanto intenso da diventare la tua unica ragione di vita. E togliertela, quando poi, in un giorno come tanti, finisce. E non puoi fare niente per recuperare, perché hai già fatto tutto e anche di più, e non c’è niente che tu possa inventarti per non sentire quel dolore. Puoi solo aspettare che passi. Enrico ha amato tanto Irene, quella ragazza bellissima e arrabbiata col mondo, così forte e così fragile, che fumava troppe sigarette per non sentire la fame e non pensare. L’ha amata tanto, così come si può amare solo il vuoto che crea qualcuno, la mancanza. Perché Irene c’era, sì, ma non era mai contenta con lui. Non una volta che andasse bene quel che lui facesse, quel che lui dicesse. Litigi, incomprensioni, quel maledetto cellulare, che anziché unire divide, le sparizioni di lei con i suoi «Ho bisogno di stare sola» e le notti insonni di lui. Come quelle della madre di Enrico quando se ne stava sveglia ad aspettare il marito, che come ogni volta sarebbe tornato a casa ubriaco fradicio e sarebbe inevitabilmente diventato aggressivo. Alla fine, dopo una vita d’infelicità, lei se n’è andata, mentre suo padre è restato. Mai un bravo, mai un abbraccio o una parola gentile per Enrico, ma è rimasto lì con lui. E di notte, quando non si accorge che il figlio fa finta di dormire, controlla che stia bene nel sonno. Invece Irene lo ha lasciato, ed è andata via dopo la maturità, lontano, perché il paese la soffocava, diceva, ma forse solo per scappare dalla sua vita e dai suoi problemi. Era ambiziosa Irene, ma anche tanto, troppo, incasinata. E di lui si è dimenticata subito, ha cancellato con un colpo di spugna quei tre anni insieme, e si è rimessa con il suo ex, quello che quando lei era solo una tredicenne si vergognava di lei e la trattava come un vigliacco mollandola con un messaggio per un’altra, salvo poi tornare quando aveva bisogno di distrarsi. Questo è quello che passa alla rinfusa nella testa di Enrico, in viaggio verso Milano, nel giorno in cui ha deciso di andare a trovare Irene per l’ultima volta e portarle un pensiero, senza dirle nulla perché lei avrebbe senz’altro rifiutato di vederlo. Solo un’ultima volta. Per togliersi quel peso dal cuore, per vedere come sta, per poterla dimenticare una volta per tutte. Nell’attesa di quell’incontro i suoi ricordi si mischiano senza tregua in una danza di emozioni fortissime, continuando a chiedersi se Irene lo abbia mai amato come lui ha amato lei, non perché fosse un bisogno, ma proprio perché non sapeva spiegarsi il perché.

Prima o poi ci abbracceremo è il viaggio nella testa di un ragazzo innamorato che parla la lingua semplice e diretta dei ragazzi come lui, che hanno trovato in Dikele il nuovo poeta delle loro emozioni più vere.

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