sabato 16 dicembre 2017

Recensione libro: “La congiura dei loquaci” di Gaetano Savatteri

7 aprile 2017 by · Commenta 

Ucciso da un proiettile di piccolo calibro, faceva macchia nella luce avara del caffè Cacioppo. Disteso faccia a terra, l’impermeabile chiaro chiazzato di sangue, le braccia ancora alte, quasi a ripararsi nell’estrema caduta. Un cerchio vuoto di folla ne segnava la presenza al centro della piazza. Imprigionati nel caffè, dieci uomini si erano ritirati al fondo del locale: l’appuntato Nanìa ne prendeva i nomi, infreddolito e stanco, consapevole che nessuno di loro avrebbe dato un contributo all’indagine che – e questo Nanìa lo sapeva – avrebbe invece occupato inutilmente l’intera nottata.

“Il sindaco alle nove di sera era già morto”. Parte subito in medias res il giallo “La congiura dei loquaci” di Gaetano Savatteri. Pagina dopo pagina, il lettore è immerso in un’indagine intensa, difficilissima e realmente accaduta. Fu nel novembre del 1944 a Racalmuto, in Sicilia, che ebbe luogo il delitto. La seconda guerra mondiale stava per giungere alla fine e le truppe degli alleati erano da qualche tempo stanziate in Meridione. Nel piccolo paese il delitto fu compiuto sotto gli occhi di svariati testimoni. Tutti deposero e fecero individuare in uno zolfataro, detto Centodieci, il colpevole. Caso chiuso? Assolutamente no. L’operario della zolfara fu solo un capro espiatorio e la sua innocenza è sempre stata evidente. Molte le contraddizioni e i depistaggi che segnarono questa indagine. Alla fine non vi fu nessun trionfo della verità e della giustizia. Il modo di dire “Tantu paga Centodieci” sintetizza bene l’effetto che ebbe questo fatto di cronaca sull’opinione pubblica. Savatteri ha scritto un romanzo a partire da un reale e sanguinoso omicidio senza edulcorarlo o stravolgerlo. Dopo oltre mezzo secolo, “La congiura dei loquaci” ristabilisce l’ordine degli eventi con una prosa lineare e rigorosa. Come ha scritto Andrea Camilleri: «A Savatteri interessa “dire” lo stato delle cose con estrema oggettività». L’episodio, già affrontato in uno scritto di Sciascia, prende qui nuova forma e nuova vita.

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