mercoledì 18 luglio 2018

Addio ad Aharon Appelfeld

9 gennaio 2018 by · Commenta 

Quando ero nel ghetto o in campo di concentramento – furono momenti terribili – ho incontrato delle persone che mi hanno dato un pezzo di pane, semplicemente un pezzo di pane. Ma quel tozzo di pane mi ha dato la speranza che gli uomini non sono tutte bestie e che vi è ancora luce nella storia.

Lo scrittore israeliano Aharon Appelfeld, sopravvissuto all’Olocausto, si è spento nella notte del 4 gennaio 2018 a Gerusalemme. Nato il 16 febbraio 1932 a Czernowitz, nella Bucovina del Nord, nel 1941 è stato deportato insieme al padre in un campo di concentramento in Transnistria, dal quale è riuscito a fuggire, nascondendosi per i successivi tre anni nelle foreste. Per salvarsi si è unito all’Armata Rossa e vi ha prestato servizio come cuoco. Alla fine della guerra ha raggiunto l’Italia, per potersi imbarcare a Napoli e approdare in Palestina. Insegnante di letteratura ebraica all’Università Ben Gurion del Negev a Be’er Sheva’, è diventato uno dei più importanti scrittori israeliani del XX secolo. Nei suoi numerosi romanzi, in gran parte autobiografici, ha affrontato esclusivamente il tema della Shoah e dell’Europa prima e durante la Seconda guerra mondiale. Anche se la storia è già nota, è impossibile non restare irretiti per la genuina semplicità con cui quella tragedia epocale riemerge attraverso gli occhi e le memorie di una vittima che l’ha subita da bambino, senza alcun filtro e fatalismo adulto a proteggerlo da ciò che gli è capitato. Punto focale del suo discorso è stato l’importanza della memoria. Come ha raccontato in un’intervista, successiva all’uscita del libro “Badenheim 1939”, appena finita la guerra una delle convinzioni più diffuse tra gli ebrei scampati allo sterminio è stata che si dovessero dimenticare al più presto gli orrori subiti in Europa per costruire esistenze totalmente nuove. Già allora, però, Appelfeld ha sentito in cuor suo di essere sopravvissuto proprio grazie alle memorie felici della sua famiglia e dell’amore della madre, violentata e uccisa subito prima che lui e il padre venissero deportati. Ha assistito a episodi talmente crudeli che solo la consapevolezza per cui è comunque possibile vivere in modo diverso gli ha permesso di superare il dolore del presente. Scrivere è diventata la risposta più naturale a quest’esigenza interiore di ricordare e perpetuare la memoria, ma per lui nessun epiteto è stato più irritante di quello di “scrittore della Shoah”, provando un personale odio per quell’etichetta, che, però, ricorda la sua statura tra i principali intellettuali che hanno raccontato gli orrori del nazismo. Inizialmente ha incontrato numerose difficoltà per trovare un editore disposto a pubblicare le sue prime opere. Allora in Israele nessuno voleva leggere certe storie. Ora, invece, i suoi libri sono tradotti in tutto il mondo, tra i più famosi ricordiamo “Badenheim 1939”, “Storia di una vita” e “Il partigiano Edmond”.

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