lunedì 17 dicembre 2018

Recensione libro: “Pastorale americana” di Philip Roth

23 maggio 2018 by · Commenta 

Lo Svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico nel nostro quartiere di Newark, anche per gli adulti della generazione successiva a quella del vecchio ghetto cittadino di Prince Street che non erano ancora così perfettamente americanizzati da restare a bocca aperta davanti alla bravura di un atleta del liceo. Era magico il nome, come l’eccezionalità del viso. Dei pochi studenti ebrei di pelle chiara presenti nel nostro liceo pubblico prevalentemente ebraico, nessuno aveva nulla che somigliasse anche lontanamente alla  mascella quadrata e all’inespressiva maschera vichinga di questo biondino dagli occhi celesti spuntato nella nostra tribù con il nome di Seymour Irving Levov.

“Pastorale americana” è uno dei capolavori di Philip Roth, autore di spicco della letteratura americana recentemente scomparso. L’opera, che gli è valsa il Pulitzer nel ’97, racconta la storia di Seymour Levov, lo Svedese, così soprannominato perché, a dispetto del suo essere un ebreo del New Jersey, ha tratti nordici, occhi azzurri e capelli biondi, una struttura fisica longilinea e muscolosa al tempo stesso. Nathan Zuckerman, di professione scrittore e narratore di questa storia, lo idolatra da quando era un ragazzino: divinità della squadra di football, basket e baseball, venerato dalle ragazze, rispettato da tutti gli abitanti di Newark, lo Svedese è il ragazzo che tutti sognano di essere. Zuckerman, inoltre, ha un punto di vista privilegiato per “spiare” questo super-uomo, perché è amico del  fratello minore, Jerry, che non possiede il naturale carisma dello Svedese, ma, anzi, è animato da una rabbia tale da far pensare allo scrittore che al mondo non vi sia niente di peggio che essere il fratello di un così grande talento.

Molto tempo dopo,  Zuckerman è con degli amici ad una partita dei Mets e mentre sta cercando il suo posto a sedere, eccolo là, lo Svedese. È ancora un bell’uomo, l’azienda di famiglia va a gonfie vele, il suo secondo è un matrimonio felice. Passano dieci anni e il nostro scrittore ha un altro incontro con il suo idolo giovanile: è ancora piacente, ma sembra aver perso un po’ del suo smalto, tanto che Zuckerman, dopo essersi congedato, inizia a provare un cocente senso di delusione. Lo vede sempre come un uomo di buon cuore, votato alla stabilità, conformista, ma non scorge in lui alcuno spessore. Non è più il golden boy alla Tommy Ross in “Carrie”, ma un eco dei valori del passato, ormai svuotati di ogni significato. Quello che Zuckerman non può sapere, e che apprenderà da Jerry in seguito, è che la catastrofe si è infine abbattuta anche sulla vita dello Svedese, che quel ragazzo talentuoso, gentile, stimato, quell’uomo di successo che amava la sua famiglia più di ogni altra cosa, era stato messo ko da sua figlia, Merry. La giovane, cresciuta negli agi e nelle convenzioni della società borghese, disprezzava tutto ciò, ed era così piena di rabbia, da scegliere di sfogarsi compiendo atti sanguinosi e folli che corroderanno lo spirito di suo padre.

La storia dello Svedese è quella della distruzione di un mito, un idolo, ma racconta anche della fine di un modo di pensare e di una società idilliaca e perfetta, nella quale impera il sogno americano e che ti spinge a credere che tutto sia possibile. La distruzione alla quale lo Svedese va incontro lo divora dall’interno, minando l’intero fondamento della sua vita trascorsa sempre a fare ciò che è giusto e a perseguire obiettivi che vengono derisi e ridicolizzati dalla sua stessa figlia. Pastorale americana è un romanzo amaro, che descrive il crollo degli ideali attraverso la caduta di un protagonista che, anche se demitizzato, mantiene intatta la sua purezza fino alla fine.

Acquista ora “Pastorale americana” con il 15% di sconto!

 

Share

Commenti