giovedì 18 ottobre 2018

Recensione libro: “Torpedone trapiantati” di Francesco Abate

13 giugno 2018 by · Commenta 

Non mi sono più mosso. Non sapeva che avevo passato alcuni giorni a cercare su Internet, alla voce «Vita media di un trapiantato di fegato», una precisa data di scadenza. Né che avevo trovato indicazioni confuse, disparate e contrastanti. Così, ricordandomi la frase del dottor Triangolo, «Su internet l’unico sito da consultare in merito al corpo umano è YouPorn» ho atteso che si riaddormentasse e lemme lemme, con un cuscino sotto il braccio sinistro e il telefono nella mano destra, mi sono avviato a tentoni al piano terra.

Francesco Abate, autore di “Torpedone trapiantati” è nato due volte: la prima quando sua madre l’ha dato alla luce, la seconda quando Cinzia, morta in un incidente stradale, gli ha donato il fegato. Da quel momento ha deciso che la sua vita sarebbe sempre valsa quel sacrificio e si è impegnato a non temere nulla e ad essere sempre positivo e accogliente nei confronti di chi ne avesse avuto bisogno. Per questo fa parte dell’associazione che riunisce i trapiantati della Sardegna meridionale e che si impegna a sostenerli, nella malattia e nella guarigione e a supportare nel dolore le mogli, i mariti e i figli di coloro che sono morti a causa di un trapianto sfortunato. Francesco, però, da qualche tempo non partecipa più agli avvenimenti “sociali”, impegnato com’è a destreggiarsi tra libri, giornale e famiglia. Ma se Maometto non va alla montagna… È così che i suoi compagni di sventura, con un uso smodato del senso di colpa e un vile ricatto, lo convincono a partecipare alla gita annuale insieme agli altri membri. Preso per il collo e con un piede tumefatto, il nostro protagonista parte, in compagnia della moglie e della madre ottuagenaria, su un torpedone che porterà tutti i “figli del dono” fino al traghetto diretto alla baia dove trascorreranno la giornata.

 Per l’autore è un’occasione per rivedere i suoi commilitoni, i loro progressi, il modo in cui hanno deciso di accettare il loro dono e rinascere a nuova vita, consapevoli di aver avuto una fortuna che molti non hanno. Ma è anche un ritrovo che lo spinge a riflettere sulla sua stessa mortalità: quanti di loro ci saranno ancora tra cinque, dieci o quindici anni? Abate si confronta con il passato con grande sincerità, raccontando la malattia con tutti i suoi effetti collaterali, le ricadute, il dolore di un vuoto lasciato da qualcuno che si ama e la gioia della rivincita sulla vita che voleva spezzarli tutti e invece li ha solo piegati.

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