lunedì 19 novembre 2018

Cinquina finalista Premio Strega: “Il gioco” di Carlo D’Amicis

28 giugno 2018 by · Commenta 

…Lo senti, amore mio?… È Mister Wolf, ha viaggiato di notte per te.. Ha viaggiato sull’Aurelia, con i camion… Maremma maiala questo pezzo d’uomo si schianterebbe sulla variante per te!…

Leonardo, nel frattempo, mi pompava su un fianco senza emettere un fiato. Non perché gli mancassero le parole (l’affabulazione durante il sesso rimane il suo forte), ma per rispetto del mio ciclo circadiano. Cercava insomma di fondere in un unico ritmo la sodomia richiesta dal cuckold e il proposito di non svegliarmi, cullandomi più o meno dolcemente a colpi di cazzo. L’incullata, la chiamavamo.

“Il gioco” è uno dei romanzi finalisti del Premio Strega, il cui vincitore sarà proclamato giovedì 5 luglio al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. L’autore è Carlo D’Amicis, scrittore tarantino di nascita e romano d’adozione già conosciuto per La guerra dei cafoni, che ha ispirato l’omonimo film.

“Il gioco” narra, attraverso l’espediente narrativo dell’intervista, il rapporto tra Leonardo, Eva e Giorgio, in arte Mister Wolf, la First Lady e il Presidente. La relazione tra i tre nasce come un gioco erotico, il cockoldismo o candaulesimo, che prevede che un uomo sposato, in questo caso il Presidente, provi piacere nel sapere e nel vedere la propria moglie che intrattiene rapporti sessuali con un vero maschio alfa, in gergo, bull. Non solo, ma parte del godimento consiste nel subire le beffe degli altri due che lo appellano con epiteti come “cornuto” e ne deridono gli attributi virili. È così che si incontrano i nostri tre personaggi: Eva, una ragazza dal passato difficile e dalla sessualità dirompente, scampata per un pelo alla mafia e sposata giovanissima a Giorgio, un medico prestigioso di molti anni più grande, impotente e con un’infinita serie di perversioni sessuali che lei asseconda. Il loro matrimonio, mai consumato tra l’altro, dopo essere stato aperto ad una pletora di bull più o meno in grado di soddisfarli, diventa infine un vero e proprio ménage à trois, dopo l’arrivo di Leonardo, bull per vocazione.

Il loro triangolo si regge su solidissime basi e sul piacere reciproco, anche se, confrontando i racconti dei tre protagonisti, si può notare uno scricchiolio così profondo da scuoterne le fondamenta. Lo stile di vita intrapreso è quasi una religione per il trio, che decide di farne una vera e propria professione aprendo un club privé, l’Infinito, concepito per essere un luogo di perdizione e abbandono, elegante e sfarzoso come la villa di Jay Gatsby, dove ospiti facoltosi ed eleganti possano dare sfogo alle loro depravazioni in sicurezza e senza giudizi. Leonardo, Eva e Giorgio si ritengono degli illuminati, prescelti per indicare al mondo la vera natura del sesso, la libertà. Ma è davvero di libertà che si tratta? Esaminando la natura dei tre personaggi, nessuno di questi, in realtà, sembra libero: non lo è Eva, spregiudicata sessualmente ma insensibile a qualunque percezione che vada al di là del puro piacere fisico, costretta ad avere rapporti con tanti uomini che poi sono sempre lo stesso uomo; non lo è Giorgio, prigioniero del confronto con un padre quasi mitologico cui aspira a somigliare, senza esserne in grado, impotente, che elabora piani machiavellici per ottenere una soddisfazione che sfiora ma non raggiunge mai; infine, decisamente, non lo è Leonardo, talmente schiavo del suo ruolo di maschio alfa da perdere l’identità di fronte all’improvvisa impotenza e da fingere di non sapere che Giorgio, a dispetto dello sua cardiopatia, lo droga a colpi di Cialis e Viagra, per mantenere in piedi il loro idillio. I tre sperimentano una libertà sessuale non comune, scevra di pregiudizi, soddisfacente, ma è una gabbia dorata, che alla lunga perde il suo smalto rivelando falle ed imperfezioni. Alla fine, la sensazione trasmessa al lettore è la stessa provata di fronte ad un antico palazzo ormai totalmente rovina: si riesce ancora a vederne lo sfarzo, ma è un eco lontano, seppellito sotto decadi di incuria e disgrazie.

Nel complesso, “Il gioco” è un romanzo originale, piacevole, in grado di causare più di un brivido, non si sa se di eccitazione  o repulsione, un po’ come Lolita, di Vladimir Nabokov, opera magistrale ripresa in più punti del testo. L’abilità dello scrittore permette di percepire chiaramente i cambi di ritmo narrativo nell’alternarsi dei tre personaggi, rendendo l’opera varia e godibile. Una buona lettura, quindi, in grado di abbattere molti dei nostri tabù, ma da affrontare con la mente aperta e priva di preconcetti.

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