lunedì 19 novembre 2018

Cinquina finalista Premio Strega: “Resto qui” di Marco Balzano

9 luglio 2018 by · Commenta 

Le campane suonavano in lontananza e, chissà, forse quando rintoccano per l’ultima volta fanno un suono diverso, perché quella mattina mi sembrava che intonassero una musica in cui ripercorrevo la mia vita a Curon, che è stata una vita dura ma sopportabile perché anche i dolori più osceni come la tua scomparsa li ho vissuti insieme a tuo padre e non mi sono mai sentita sconfitta fino a voler dare la vita ai cani. Ci avessero domandato quel giorno qual era il nostro desiderio più grande, avremmo risposto che era continuare a vivere a Curon, in quel paese senza possibilità da dove i giovani erano scappati e tanti soldati non erano più tornati.

La storia che Marco Balzano racconta in “Resto qui”, romanzo che si è piazzato al secondo posto al Premio Strega 2018, è triste e, purtroppo, vera. Riguarda il borgo di Curon, in Val Venosta, che fino agli anni quaranta era costituito da masi, stalle, una chiesetta e un’osteria. La lingua parlata era il tedesco, la religione quella cristiana. La vita scorreva semplice e senza complicazioni per i contadini e gli artigiani della valle, impegnati a fare ciò che in quei luoghi si era  fatto per generazioni. Poi erano arrivati i fascisti e la loro assurda idea di costruire una diga e allagare la valle dove si trovava il paese. È contro questa decisione incomprensibile e completamente incurante della popolazione residente che Trina e Erich, protagonisti del romanzo, si scontrano per tutta la vita: loro che, nati e cresciuti in quella valle, non sognano altro che allevarci i loro figli, esercitando la professione di maestra e contadino, conducendo la stessa vita che era stata dei loro genitori e dei nonni.

Ma la storia spesso non tiene conto dei desideri dei singoli, specialmente se questi sono ragazzi semplici e dalle poche pretese, che non hanno accesso a grandi capitali o a “quelli che contano”. Così, questa idea balzana di allagare un paesello di contadini ed artigiani, culla di tradizioni, si trascina per tutto il ventennio fascista e negli anni della Seconda guerra mondiale, al punto che, passato qualche tempo dalla liberazione, gli abitanti si convincono di averla scampata e che non se ne faccia più nulla.  Ma i paesani non hanno fatto i conti con il potere economico (quanto meno quello presunto) dell’opera in realizzazione, e non sanno che ben poco valore hanno le loro abitazioni, le stalle, la piazzetta, per le persone che hanno deciso che quella zona debba generare energia idroelettrica. Così, dopo essere stati costretti dal Duce ad abbandonare lingua e tradizioni, dopo essersi visti sfilare il lavoro, riassegnato sempre dai fascisti ai “veri italiani”, gli abitanti di Curon si vedono obbligati ad affrontare l’amara realtà: a nessuno interessa preservare le loro tradizioni, le loro case e le loro vite a discapito dell’economia. È così che Trina ed Erich, dopo aver strenuamente lottato, si devono arrendere e rinunciare ai loro ricordi. Il loro bel borgo viene allagato e il paese si smembra: molti se ne vanno, abbandonando Curon per l’Austria o la Svizzera, alcuni decidono di restare nei piccoli prefabbricati costruiti nella “Nuova Curon”.

Marco Balzano narra con dolcezza ed intensità un racconto che ha tutto il peso delle ingiustizie della Storia e che ci fa capire l’importanza della battaglia, sempre e a qualsiasi condizione, anche quando ci si scontra contro qualcuno o qualcosa che è tanto più forte di noi e che, inevitabilmente, finirà per sconfiggerci.

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