mercoledì 19 settembre 2018

Vincitore del Premio Strega 2018: “La ragazza con la Leica” di Helena Janeczek

9 luglio 2018 by · Commenta 

La piccola Gerda nel costume alla marinaretta, il piccolo seno che svanisce tra le righe, le palpebre serrate, la bocca aggricciata, sembra un bambino che non si può toccare. Andrè farfuglia qualcosa in ungherese, pianissimo. «Cosa?» «Niente.» «Lo sai, non vale.» «Èletem. Si usa come ‘mein Schaltz’… più o meno.» Gerda lo scruta mentre gli ripete la parola con una serenità traslucida. «Andava bene?» «Perfetto» «Facile per essere magiaro. Che cosa ho detto?» «Vita mia» risponde Friedmann e prende fiato.

Friedmann è Robert Capa, fotografo di guerra saltato in aria su una mina nel 1954, in Vietnam, Gerda è Gerda Taro, al secolo Gerta Pohorylle, fotografa di guerra tedesca finita, non ancora ventisettenne, sotto il cingolato di un carro armato. La storia della giovane raccontata da Helena Janeczek in “La ragazza con la Leica” è quella della prima fotografa donna a cadere sul campo di battaglia, sconosciuta a molti. Gerda, infatti, è passata alla storia come l’amore della vita di Robert Capa, ma era molto più di questo. Donna rivoluzionaria, precorritrice dei tempi, incredibilmente moderna, una polacca di origine ebrea fuggita dalla Germania negli anni ’20 che per mantenersi aveva fatto un’infinità di lavori, modella, dattilografa, contabile, per approdare infine, proprio grazie alla vicinanza di Capa, alla fotografia, sua vera vocazione. Dai ricordi di chi l’ha conosciuta emerge un ritratto potente ed incisivo, quello di una giovane caratterizzata dall’incontenibile desiderio di vivere con pienezza, sperimentare, imparando il più possibile da chi la circonda, combattendo per ciò che è giusto. È proprio questa natura indomita ad attrarre  Robert Capa, che le insegna l’arte della fotografia e se ne innamora perdutamente. I due vivono un rapporto anticonvenzionale, per l’epoca, che non include il matrimonio, ma la libertà di azione e di pensiero in un mondo in cui la donna sembrava ancora dover appartenere ad un uomo, fosse esso un padre o un marito.

Era spiazzante Gerda. Non somigliava a nessuna delle ragazze che Ruth aveva conosciuto a Lipsia: né a quelle come lei, che quando si innamoravano smettevano di notare gli altri uomini, né alle ragazze il cui unico scopo era di far girare la testa all’universo maschile. Non c’era dubbio che Gerda fosse conscia di suscitare quell’effetto, ci sguazzava come un pesciolino ornamentale nell’acquario, ma in un modo insolito. Palese, senza malizia, quasi candido.

Quando scoppia la Guerra di Spagna, Gerda sente da subito l’impulso di essere presente e condividere, tramite le immagini, quello che vede, la resistenza, la lotta. Parte, senza Capa, con il quale dovrebbe ricongiungersi a Parigi qualche tempo dopo. Il fotografo ancora non sa che Gerda, trovato un passaggio su un mezzo di ritorno in città, verrà sbalzata giù dalla pedana da un attacco aereo, finendo sotto un mezzo cingolato che le darà la morte. Ma resterà eccezionale fino alla fine, anche in quell’ultimo viaggio fino all’ospedale, quando, tenendosi le viscere tra le mani, si assicurerà che le sue opere siano al sicuro. Spirerà  poche ore dopo, stordita dalla morfina, mentre il suo compagno, dall’altra parte del mondo, sentirà, quella sera, di essere morto anche lui.

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