lunedì 19 novembre 2018

Recensione libro: “Un feroce dicembre” di Edna O’Brien

10 settembre 2018 by · Commenta 

Violet Hill, fluida, fluente, spettro striato sulla montagna al primo mattino, una visione che saettava avanti  e indietro come dipinta e poi di nuovo al crepuscolo, diventando tutt’uno con il crepuscolo a parte il lucore selvaggio degli occhi. – Sei un razzo,- le diceva Joseph ogni volta che la vedeva uscire dalla cuccia. Quello che non sapeva era che lei stava scavando la soffice terra sotto la rete di recinzione. Era con l’umidità e col buio che correva verso la sua delirante destinazione.

Il romanzo di Edna O’Brien “Un feroce dicembre” è la storia di un antagonismo profondo e radicato tra Joseph Brennan, nato e cresciuto su una montagna desolata in una piccola comunità dell’Irlanda dell’ovest, e Mick Bugler, figlio di emigrati in Australia ed erede delle terre limitrofe. I due sono uomini agli antipodi: Joseph è arretrato, attaccato alla sua terra oltre ogni umana comprensione, non c’è nulla che per lui conti di più; Mick, al contrario, non nutre questo legame viscerale, è molto più moderno e pensa solamente a come far fruttare i propri possedimenti. I due, all’inizio, sembrano poter coesistere tenendo in piedi un’amicizia traballante, ma, dopo poco, emergono i problemi e l’astio che le due famiglie si tramandano da generazioni: le difficoltà nello stabilire i confini delle proprietà degenerano in un odio che non fa altro che accrescersi quando la sorella di Joseph, la giovane ed innocente Breege, comincia a provare dei sentimenti per Mick; un’attrazione che sfocerà in alcuni incontri fugaci nel bosco.

L’avversione tra i due crescerà a dismisura, alimentata da alcuni compaesani, Crock e le sorelle Rita e Reena, personaggi gretti e meschini, assolutamente odiosi, che godono nel fomentare una faida millenaria che non potrà far altro che concludersi nel sangue.

“Un feroce dicembre” racconta tutte quelle peculiarità tipicamente «irlandesi» rintracciabili in molte altre opere della O’Brien: il senso di claustrofobia di un luogo che sembra permanere immutato nei secoli, l’attaccamento morboso a terra e tradizioni, la paura dell’annientamento, delle novità e della fame. Un quadro desolante nel quale le uniche cose a sopravvivere sono i legami famigliari, indissolubili ed eterni.

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