lunedì 17 dicembre 2018

Recensione del libro: “Giuro che non avrò più fame” di Aldo Cazzullo

25 settembre 2018 by · Commenta 

Il cibo era un’ossessione. Ancora negli anni Sessanta, le nostre nonne cucinavano tutto il giorno: avevano conosciuto la fame, non volevano che i nipoti dovessero ripetere l’esperienza; se non ripulivi il piatto, le sentivi mormorare: “Ti ci vorrebbe un po’ di guerra…”. I padri invece ripetevano che dovevamo studiare per farci “una posizione”, e contribuire alla crescita economica, sociale, culturale della famiglia e anche del Paese.

Aldo Cazzullo, inviato ed editorialista del «Corriere della Sera», in “Giuro che non avrò più fame” ci racconta la crisi attuale tramite un viaggio in un passato non così remoto ma che molto spesso viene dimenticato. L’Italia del secondo dopoguerra, infatti, non era poi molto diversa da quella attuale: un decennio di crisi mostruosa e, sembra, insuperabile, ha creato un baratro notevole, aumentato vertiginosamente la popolazione che vive sotto la soglia di povertà e costretto gli appartenenti alla classe media a vivere in uno stato di continuo panico, terrorizzati dall’idea di poter perdere il lavoro da un momento all’altro, cosa che  purtroppo in questi anni è diventata fin troppo frequente. L’Italia del 2018, quindi, è sopravvissuta ad una “guerra” e si sente povera, ma, quel che è peggio, ha perso la fiducia. É questa, infatti, la più macroscopica delle differenze tra il passato e il presente: dopo la fine della guerra le città devastate dai bombardamenti sono state ricostruite in pochissimi anni, i nostri nonni si sono fatti motori della rinascita, lavorando continuamente, senza ferie né vacanze, le nostre nonne hanno finalmente ottenuto l’emancipazione tanto agognata, passando attraverso la rivoluzione sessuale, i contraccettivi e l’abolizione dell’adulterio come reato volto a colpire solo le donne.  E noi invece? Gli italiani di oggi sono sconfortati e  sconfitti, i giovani, che si sono visti chiudere centinaia di porte in faccia, spendono all’estero i loro talenti, vedendoli finalmente riconosciuti, cosa che in patria non avviene.

Il problema più grande, da cui derivano tutti gli altri, è che la ricchezza in Italia non viene più prodotta, ma estratta. Il lavoro è tassato molto  più della rendita; e troppi italiani campano di rendita. Come il professore in pensione dell’università di Venezia, con tavolo fisso a pranzo e a cena all’Harry’s Bar, che affittava il suo locale per 10 mila euro al mese a uno speculatore cinese, che lo subaffittava per 20 mila a un cuoco egiziano, che faceva pagare cento euro una bistecca ai turisti giapponesi. E quando ho scritto questa storia sul Corriere, indicandola come segno di decadenza, sono stato sepolto di lettere e mail di lettori che difendevano il professore: se hai un immobile di proprietà, che male c’è a farci un po’ di soldi senza muovere un dito? Per carità: nulla di male. Anche nella Venezia del Settecento la ricchezza non veniva più prodotta, con il rischio delle grandi spedizioni commerciali verso Oriente, ma estratta: dagli immobili, dai dazi, dalle rendite. I patrizi veneziani non erano mai stati più felici, le loro feste erano sfarzose, i loro Carnevali attraevano viaggiatori da tutto il mondo. Però poi arrivò Napoleone, i nobili si arresero senza sparare un colpo, e la Serenissima sedotta e abbandonata divenne una provincia dell’Impero asburgico. L’Italia di oggi rischia la stessa fine.

Un popolo di passivi, dunque, ma che, secondo Cazzullo, è ancora in grado di farsi motore della propria rinascita anche grazie al recupero della memoria del passato, rendendo vera, oggi più che mai, la celebre frase che pronunciata con indimenticabile enfasi da Rossella alla fine di Via col vento che dà il titolo a quest’opera.

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