lunedì 17 dicembre 2018

Recensione di “Un capitano” di Francesco Totti e Paolo Condò

8 ottobre 2018 by · Commenta 

Quando inizia la sua avventura alla Roma io sono preparato al fatto che Antonio sia matto, ma sinceramente non pensavo così matto. D’altra parte sapevo anche che era forte, ma davvero non pensavo così forte. Per essere chiari, Cassano è la mia fotocopia. E non solo: potrei spingermi a definirlo un mio clone, perché non si limita a giocare come me. Lui pensa come me, anche. In ogni partita di verificano situazioni nelle quali mi viene naturale cercare una soluzione imprevedibile. Per come sono girato, per la posizione degli avversari, per la difficoltà del passaggio, nessuno  si aspetta che io metta la palla lì. Nessuno tranne Antonio, che immancabilmente si fa trovare nel posto in cui arriva. Sono combinazioni che con altri non riuscirebbero nemmeno se spiegassi loro dove piazzarsi, con tanto di lavagna; fra me e lui invece basta un’occhiata, a volte nemmeno quella. Telepatia calcistica, mai più provata a quell’intensità.

Totti, Er Pupone, il Capitano. Siamo abituati a vedere calciatori che cambiano squadra, un giorno fanno parte di un club e giurano di non lasciarlo mai, quello successivo si vendono al migliore offerente. Fa parte del gioco, del business. Ma proprio per questo Totti è diverso, fedele fino all’ultimo tanto alla sua maglia quanto alla sua città, ha trascorso tutta la sua vita da professionista con addosso un’unica divisa, quella della Roma. Questa sua peculiarità ha fatto sì che i tifosi si affezionassero a lui in modo autentico come ad uno di famiglia e che si rispecchiassero nel suo attaccamento per la Città Eterna, perché il romano doc, Roma, non la lascerebbe mai.  Francesco comincia così a raccontarsi, a partire da un’unica domanda: Che cosa devi fare per essere degno di un amore così folle, così assoluto, così esagerato? “Un capitano” inizia dall’infanzia del campione giallo-rosso, trascorsa sempre appresso ad un pallone,con il cugino Angelo, per strada, dove fin da piccoli si coltiva l’amore per il calcio. Si procede dalla Fortitudo alla Lodigiani fino alle giovanili della Roma, e lì Francesco, che Trigoria l’aveva sognata fin da quando a meno di un anno caracollava colpendo un pallone, comincia a fare mostra di tutto il suo talento, esordendo a soli sedici anni tra i grandi, in serie A. Il suo successo e la sua fama sono in continuo aumento, porta alla sua squadra alla conquista dello scudetto, quello famoso che avrebbe garantito lo strip di Sabrina Ferilli che poi non c’è stato. Veste anche la maglia azzurra ed è uno dei campioni del mondo di quel Mondiale del 2006 quando l’Italia, cui nessuno avrebbe dato un centesimo, ha assestato uno schiaffo in pieno volto ai suoi cugini d’oltralpe. Parallelamente all’atleta, al campione, Totti racconta Francesco, il ragazzino timido attaccato oltremisura alla sua famiglia, l’uomo che si innamora di Ilary al primo sguardo, il padre orgoglioso di tre figli. Ma soprattutto racconta di sé anche le pagine dolore che raccontano l’imperfezione, il dolore degli anni che passano e lasciano sul fisico di un atleta i loro segni, il vuoto provato di fronte ad un ritiro inevitabile ma che si spera non arrivi mai.

In “Un capitano” Totti si presenta come un uomo semplice, atleta dal talento autentico, privo di boria, umile nonostante i successi e la fama. È un ragazzo che ha coronato il suo sogno, mettendoci il sangue e le lacrime, vedendosi a volte insultato e sbeffeggiato ma più spesso, per fortuna, incredibilmente amato e stretto nell’abbraccio della sua città.

Sono molto determinato a incidere anche in questa nuova carriera, ma quella vecchia non sarà mai dimenticata, anche perché è in larga parte registrata, e mi basta il telecomando per organizzare un bel viaggio nel tempo. Però devo portare Cristian da un bravo oculista: l’altra sera mi ha beccato sul divano mentre riguardavo una vecchia compilation di gol, ai tempi del primo Zeman, e mi ha chiesto se stessi piangendo. Che idea. Una banale allergia. Ero raffreddato. E poi mi era appena finito un moscerino nell’occhio.

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