venerdì 20 settembre 2019

“Metafore che si trasformano”: la seconda parte de “L’assassinio del Commendatore” di Murakami è un libro bellissimo sull’arte e sul dolore

30 Gennaio 2019 by · Commenta 

La figura del Commendatore poco per volta si andava sfocando, diventava evanescente, si disperdeva come vapore in un mattino d’inverno… finché scomparve. Di fronte a me rimase solo la vecchia poltrona vuota. L’assenza di lui era così palpabile che dubitai di averlo davvero visto seduto lì fino a un momento prima. Forse avevo avuto davanti soltanto il vuoto. Forse avevo parlato soltanto con me stesso.

A tre mesi di distanza dall’uscita di “Idee che affiorano”, ecco il secondo volume de “L’assassinio del Commendatore” di Murakami Haruki. La seconda parte di questo capolavoro dello scrittore giapponese porta il titolo di “Metafore che si trasformano” ed è pubblicata, come la precedente, nella collana Supercoralli di Einaudi.

In “Metafore che si trasformano” ritroviamo lo stesso narratore-protagonista della prima parte: un talentuoso pittore apprendista, da poco lasciato dalla moglie, e approdato nel cottage di montagna che un tempo era stato l’atelier del grande artista Amada Masahiko. È proprio Masahiko l’autore dell’enigmatico quadro “L’assassinio del Commendatore”: dipinto custodito dal suo creatore in soffitta, come un segreto; bellissimo, eppure anche capace di sprigionare una strana forza magnetica e quasi maligna.

Ritroviamo, oltre al protagonista, anche tutti gli altri personaggi che abbiamo imparato a conoscere in “Idee che affiorano”: c’è la tenera Akikawa Marie, la tredicenne studentessa di disegno, che il protagonista si è ripromesso di ritrarre; c’è Menshiki, l’avvenente proprietario della villa all’altro capo della valle (un dichiarato omaggio al Gatsby di Fitzgerald: alcune scene sono vere e proprie riscritture delle pagine del grande autore americano); c’è Akikawa Shoko, la bella zia di Marie; e poi naturalmente c’è il Commendatore…

Feci un breve sogno. Un sogno vivido, chiaro. Al risveglio però non mi ricordavo più nulla, solo che avevo fatto un sogno vivido e chiaro. Avevo l’impressione che un frammento di realtà fosse venuto per sbaglio a toccarmi mentre dormivo. Quando aprii gli occhi, ormai era scomparso senza lasciare tracce, come un animale sempre all’erta, sempre pronto a fuggire.

Murakami conclude la sua storia come un grande maestro: la seconda parte de “L’assassinio del Commendatore” dà risposte ma aggiunge anche domande, com’è giusto che sia sempre, in un gran libro. La scrittura di Murakami è lieve e decisa, come le setole di un pennello sulla tela.

Una riflessione straordinaria sull’arte, sul potere devastante della creazione, sul sogno, sul dolore e sul rimpianto. Un grande, grandissimo romanzo.

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