domenica 08 dicembre 2019

La rete degli invisibili: testimonianze sulla mafia 2.0

29 Novembre 2019 by · Commenta 

Non hanno le bozze occipitali né gli altri caratteri degenerativi della fisiognomica criminale cara a Cesare Lombroso. Coppola e lupara da tempo sono state appese al chiodo. Non esiste neppure un immaginario. Pochi sono i film che li hanno raccontati. Il «darwinismo» che ne segna continuamente l’evoluzione nel sordido mondo della delinquenza e degli affari illegali, più che alle caratteristiche fisiche, rimanda alla capacità di adattamento, simile alla pelliccia dei mammiferi che, nei mesi freddi, diventa più folta e lanosa. Come sono fatti gli ‘ndranghetisti? Come si atteggiano? Come si vestono? Come si riconoscono? Sono domande ricorrenti. Basterebbe sfogliare i rapporti investigativi degli ultimi vent’anni sia al Nord sia al Sud per capire che tutti gli individui arrestati con l’accusa di associazione mafiosa un po’ ci assomigliano, come era solito ripetere Giovanni Falcone.

Nicola Gratteri, Procuratore capo di Catanzaro, e Antonio Nicaso, tra i massimi esperti di ‘ndrangheta al mondo, dopo la fruttuosa collaborazione in “Storia segreta della ‘ndrangheta”, tornano in libreria con “La rete degli invisibili”, edito da Mondadori.

In questo libro i due autori analizzano l’evoluzione della criminalità organizzata calabrese, tra le più diffuse e pericolose a livello mondiale, tentando di indagare su una realtà sommersa e misteriosa, resa sempre più invisibile, ma allo stesso tempo più potente, dalle possibilità offerte dai moderni mezzi tecnologici. La ‘ndrangheta 2.0, infatti, non è più incline, come un tempo, a spietate manifestazioni di forza e gesti eclatanti, tuttavia si muove nel sommerso, con trame che le permettono di infiltrarsi nelle istituzioni e di accumulare ingenti capitali economici con cui governare il territorio per mezzo della corruzione sempre più capillare.
Il potere politico e finanziario, il web, la domanda di servizi che viene fatta da aziende che vogliono aumentare i profitti e abbattere i costi di produzione, sono i nuovi strumenti che sostituiscono la coppola e la lupara, e di cui la ‘ndrangheta si serve per estendere il suo potere in modo sempre più capillare.

In questo scenario desolante, tuttavia, Gratteri e Nicasio si soffermano anche su altri aspetti che hanno interessato, in tempi recenti la ‘ndrangheta, e lasciano intravedere crepe nel muro di omertà che l’ha sempre caratterizzata, sono sempre di più, infatti, gli appartenenti a famiglie mafiose che scelgono di collaborare con la giustizia.

Dopo l’arresto, Emanuele decide di collaborare e vuota il sacco, raccontando tutto ciò di cui è a conoscenza sulla famiglia che aveva osato sfidare. Ricostruisce gli anni in cui, da minorenne, era stato dato in affido, ma anche il periodo trascorso a Roma, dove si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza, e l’incontro con Nancy Chimirri, la donna che lo ha fatto diventare padre.[…]Ai magistrati, Emanuele chiarisce molte vicende legate soprattutto ai contrasti che hanno insanguinato il Vibonese. Racconta di un trafficante di droga che, per vendicarsi della morte del padre, aveva deciso di uccidere Luni Scarpuni, recidendogli di netto la testa con un’accetta che portava sempre con sé nel portabagagli dell’auto. Ma spazza anche via banalità e luoghi comuni sul coinvolgimento della sua famiglia nel lucroso business degli stupefacenti: i Mancuso, da tempo, smistano cocaina tra Europa, Sud America, Australia e Africa.

Un’importante testimonianza che fa luce sulle dinamiche sotterranee di cui le associazioni mafiose si servono per estendere il loro potere.

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